Articolo (di repertorio) di Mauro Lanfranchi per Mons. Azelio Manzetti

  • Stampa
FaceBook  Twitter  

Mons. Azelio Manzetti con Angelo Varalli

 

Articolo pubblicato nel 2013 sul bollettino della parrocchia di Sesto Calende (Varese), paese di origine del card. Angelo Dell’Acqua, Vicario di Roma, del quale mons. Azelio Manzetti fu segretario personale.

IN MEMORIA DI MONS. AZELIO MANZETTI


Il 5 luglio scorso, pochi giorni dopo aver compiuto il 60° anniversario di sacerdozio, è morto a Roma mons. Azelio Manzetti, già segretario personale del Card. Vicario Angelo Dell’Acqua. La morte è stata causata dal progredire di un tumore che, un paio d’anni fa, i medici avevano cercato invano di arrestare con l’amputazione di una gamba.
Per molti anni anch’io, come tanti Sestesi, ho visto e ascoltato mons. Manzetti una volta all’anno, alla fine di agosto, quando veniva fra noi per ricordare l’anniversario della morte del nostro cardinale. Non nascondo che, da lontano, lo guardavo con una certa perplessità, per quel suo essere sempre solenne nel portamento, enfatico nella predicazione, un po’ barocco nello stile… Ma a partire dal 1997, in ragione delle mie ricerche sul card. Dell’Acqua, ho avuto numerose occasioni per approfondire la conoscenza di mons. Manzetti, e devo dire che ciò ha fatto cambiare la mia opinione su di lui.
Di don Azelio ho sperimentato la vasta, profonda e raffinata cultura: storica, letteraria, musicale, artistica. Era un autentico umanista, un “buongustaio” di tutto ciò che l’ingegno umano sa creare di bello e di nobile. Visitare Roma in compagnia di mons. Manzetti era un’esperienza straordinaria e indimenticabile. Egli ne conosceva a fondo personaggi, episodi, leggende, aneddoti che sapeva raccontare con inesauribile vivacità e arguta ironia. Conosceva e amava la musica classica: quando veniva dalle nostre parti, se poteva, non si faceva mancare qualche concerto alle Settimane Musicali di Stresa. La sua residenza romana era a due passi da piazza Navona, in un appartamento nella Casa Internazionale del Clero di via della Scrofa (quella stessa dove il card. Bergoglio ha alloggiato nei giorni precedenti il conclave e dove poi, da Papa, è andato a pagare il conto): le pareti erano tappezzate di libri. Era appassionato di storia, e specialmente di storia della Chiesa. Dell’organizzazione ecclesiastica conosceva a fondo i meccanismi di funzionamento, i vizi e le virtù: ma i suoi occhi sapevano andare oltre, e guardare con fede a Dio che sa scrivere dritto sulle righe storte degli uomini.
Don Azelio era prima di tutto e soprattutto un prete. Nato a Roma nel 1928, ordinato sacerdote nel 1953 a Verona nell’Opera fondata da San Giovanni Calabria, ha svolto il suo ministero in vari ambiti (la formazione dei giovani, la pastorale parrocchiale, la liturgia). La seconda metà della sua vita, egli l’ha dedicata all’apostolato nel Sovrano Militare Ordine di Malta (molti ricorderanno che talvolta veniva a Sesto con una macchina dalla strana targa: S.M.O.M.). Questa sua missione nell’Ordine di Malta lo ha messo in contatto soprattutto con due categorie di persone: i nobili e gli ammalati. A loro predicava le virtù più difficili da coltivare: l’umiltà ai nobili, la speranza agli ammalati.
I nobili, anzitutto: perché i Cavalieri di Malta sono quasi tutti esponenti di antiche famiglie della nobiltà (anche se oggi il sangue blu non è più requisito indispensabile per accedere all’Ordine).  Mons. Manzetti si muoveva a suo agio, elegante e disinvolto, nel piccolo mondo dell’aristocrazia, italiana e internazionale. Quello della nobiltà è un ambiente ristretto ed esclusivo, dal quale non è facile farsi accettare. Un po’ come certi sacerdoti, negli anni Cinquanta, vollero andare a lavorare nelle fabbriche per diventare interlocutori più credibili degli operai, don Azelio - per poter svolgere in modo più efficace il suo ministero pastorale - ha assimilato i riti, i linguaggi, le consuetudini del ceto aristocratico: ne aveva le doti, e anche il physique du role… Così, egli sapeva snocciolare gli intricati alberi genealogici e le ramificazioni delle più importanti famiglie nobili (Borghese, Colonna, Orsini, Pallavicini, Ruspoli). Conosceva tutti, in quell’ambiente, e da tutti era conosciuto. Veniva chiamato a tenere conferenze e ritiri spirituali, a celebrare battesimi, matrimoni e funerali… Operando fra i nobili, poteva sembrare talvolta che egli assorbisse certe antiquate e discutibili convinzioni care a quel mondo: come ad esempio la nostalgia per il potere temporale dei Papi, così diffusa nella cosiddetta “aristocrazia nera” di Roma. Così, la sera della vigilia della beatificazione di Pio IX, nel 2000, egli concelebrò nella basilica di San Lorenzo in Lucina una Messa promossa dai devoti del “Papa Re”. Il giorno dopo, il Corriere della Sera scrisse sarcastico: “La voce di mons. Azelio Manzetti, straordinario attore in pectore, si incrina con sapienza quando annuncia dal pulpito tra nuvole di incenso: «Entra il vessillo papale di Porta Pia trafitto dai proiettili del venti settembre». Ecco il lacero stendardo bianco e giallo con stemma papale, sorretto come una reliquia dalle Guardie Palatine”.
Ma sbaglierebbe chi si fermasse solo a questi aspetti esteriori e un po’ anacronistici. Perché per i “suoi” nobili don Azelio era anche una guida spirituale esigente e severa, che non faceva sconti. Cito alcune frasi di una sua meditazione ai Cavalieri: “Nessuno pensi che si possa far parte dell’Ordine di Malta per motivi superficiali, come: onore, decoro, importanza sociale… L’Ordine deve apparire ed essere quello che afferma di se stesso da mille anni: testimonianza autentica di fede, di spiritualità, di speranza, operatore instancabile di bene, di aiuto, di soccorso, di presenza accanto alle sofferenze umane… Siamo tutti fratelli che camminano insieme, mano nella mano, verso la stessa meta: non uno importante e l’altro miserabile; non uno in Mercedes e l’altro sul marciapiedi; non uno sazio e l’altro affamato; non uno vestito e l’altro ignudo; non uno piagato e l’altro profumato”.
Oltre ai nobili, gli ammalati. La tenerezza dell’animo sacerdotale di mons. Manzetti si svelava soprattutto in mezzo agli ammalati: anzi, ai “Signori Malati”, secondo l’antico linguaggio proprio dell’Ordine di Malta. Il suo luogo più congeniale, quello dove poteva esercitare appieno il suo apostolato di speranza e di conforto, era l’Ospedale San Giovanni Battista alla Magliana, nella periferia di Roma. In una intervista, ha dichiarato: “Mi sono dedicato alla crescita morale, spirituale ed economica di questo ospedale, riuscendo a far sì che si aprisse anche a chi non aveva mezzi finanziari, attraverso convenzioni con il Ministero della Salute e con la Regione Lazio, che eroga una diaria per i malati; il resto è a carico dell’Ordine di Malta. Ci occupiamo di riabilitazione, abbiamo 320 posti letto; stiamo compiendo una ristrutturazione reparto per reparto, anche chiedendo aiuto ai benefattori trattandosi di una spesa prevista di circa sette milioni di euro. Curiamo anche i diabetici: in Italia circa 136 mila di essi si affidano a noi. Abbiamo poliambulatori, centri di assistenza, volontari che distribuiscono pasti caldi, aiuti, coperte nelle stazioni e nei sottopassaggi».
All’interno dell’ospedale San Giovanni Battista, il reparto più caro a mons. Manzetti era quello riservato alla neuroriabilitazione, dove sono ricoverati anche molti giovani vittime di incidenti stradali. Chi ha partecipato ad una Messa celebrata da mons. Manzetti in quel luogo di sofferenza, non potrà dimenticarla. Il tono altisonante ed il linguaggio lirico delle sue prediche, che nelle nostre chiese potevano apparire un po’ sopra le righe, avevano il vigore e il calore necessari non solo per tener desta l’attenzione degli ammalati, ma anche per toccare il loro cuore e infondere in esso pensieri di cristiana speranza. Ciò rendeva mons. Manzetti molto benvoluto, molto “popolare” tra i ricoverati. Quando passava nei reparti, aveva per tutti un sorriso, una parola incoraggiante, e spesso lasciava in dono un rosario, una medaglia o un’immagine sacra…
I suoi funerali sono stati presieduti dal card. Paolo Sardi, Patrono dell’Ordine di Malta. Il rito funebre non si è svolto in una chiesa della Roma barocca, scintillante di ori e di marmi policromi, fra canti gregoriani e nuvole di incenso: bensì, come mons. Manzetti aveva chiesto, nella “piazza” interna dell’Ospedale San Giovanni Battista, sotto una moderna tensiostruttura bianca… Dovendo scegliere fra i suoi nobili e i suoi malati, alla fine ha scelto di essere circondato dai malati…

 

Mauro Lanfranchi

(

(Foto: Mons. Azelio Manzetti e il Sig. Angelo Varalli, cugino del Cardinale Dell'Acqua - Sesto Calende)

 

 

Commenti:

FaceBook  Twitter